Giorno XXVI Mese III Anno IV dell’era federale.
Arrivo di corsa, trafelato, al marciapiede del binario 12 della Stazione Centrale di Milano, o almeno così si chiamava un tempo, ora è la Stazione Federale del Comune di Milano. Vedo in lontananza il capotreno, con la sua bella divisa verde e la cravatta col simbolo del Sole delle Alpi. “Mi scusi, il treno per Bologna?” L’uomo mi guarda interdetto… poi comprendo il suo disagio, mi sono rivolto a lui in italiano. Ripeto la domanda in uno stentato dialetto meneghino. Mi risponde che il treno delle Ferrovie Federali Lombarde è al binario 14, ma prima, se intendo andare a Bologna, devo far vidimare il passaporto all’ufficio della dogana. Accidenti, non ci avevo pensato. Corro dunque all’ufficio doganale dove però c’è una coda lunghissima. Mi sa che perderò il treno. Mi metto in fila. Gli altoparlanti diffondono “Oh mia bela Madunina”, che è diventato l’inno della Federazione Comunale Milanese, associata alla Federazione Federale Lombarda. C’è una certa rassegnazione tra le persone in attesa. E’ quasi mezzogiorno e un venditore ambulante di polenta taragna si avvicina a noi, offrendo la sua merce fumante. Davanti a me un signore piuttosto anziano, probabilmente bergamasco, intento a leggere l’unico quotidiano esistente “La Padania”, solleva lo sguardo, annusa l’aria e guarda in cagnesco il venditore ambulante. Poi d’improvviso si mette a urlare in modo incomprensibile. Prontamente intervengono due giubbe verdi e trascinano via l’ambulante, sequestrandogli la merce. “Che ha fatto?” chiedo al borbottante bergamasco. Mi risponde che si trattava di un venditore napoletano clandestino, intento a spacciare falsa polenta taragna. Lui se n’è accorto dall’odore. Dopo circa mezz’ora riesco a presentarmi finalmente davanti allo sportello dell’ufficio passaporti. L’impiegato mi chiede di attendere e finisce di mangiare il suo bel risotto alla milanese. Controlla i miei documenti e appone il timbro d’ordinanza. Vado quindi verso il binario ma ormai il treno è partito. Consulto l’orario. Il prossimo treno diretto per Bologna è tra sei ore. Però tra pochi minuti parte l’intercomunale. L’unico problema è che ferma in 14 stazioni e in ognuna di esse c’è il controllo dei documenti, ma in cinque ore forse dovrei riuscire ad arrivare a Bologna. Cerco quindi la carrozza riservata ai milanesi. Esibisco la mia carta d’identità lombarda e mi accomodo. Non mi sento tranquillo però. I monitor sul marciapiede della stazione avvertono che tra Lodi e Piacenza potrebbero esserci assalti di briganti emiliani che fanno le loro scorribande proprio in quel territorio. Prima della partenza, noto salire un drappello di guardie padane armate fino ai denti. Forse faranno da scorta al treno, oppure scenderanno al confine sul Po. E’ una zona infestata anche dai contrabbandieri di Parmigiano Reggiano quella. Lo scompartimento è occupato da una famiglia di contadini: padre, madre, nonni e due bambini. Devono essere servi della gleba perché sono piuttosto messi male. Da quando l’Italia è stata abolita ed è diventata federale, nelle varie regioni sono state fatte diverse riforme agrarie. La terra è stata concentrata in grandi feudi retti ciascuno da un Ras padano. Gli unionisti, che sono stati sconfitti nella battaglia di Casalpusterlengo, sono ormai ridotti in schiavitù e quindi servi della gleba. Fortunatamente, in molte zone dell’Emilia, della Toscana e dell’Umbria, ci sono ancora, alla macchia, bande di resistenti che cercano di sollevare il popolo contro i federalisti sfruttatori. Ma il governo federale smentisce e reprime. Ho detto fortunatamente? Ebbene si. A voi posso svelarlo. Anche io faccio parte della Resistenza. In incognito faccio appunto la staffetta tra Milano e Bologna, per portare informazioni dal Comitato di Liberazione Nazionale lombardo a quello emiliano. La vita è sempre più dura però per noi. Le spie e i delatori sono ovunque, basta una disattenzione, un passo falso, e il confino a Lampedusa è assicurato. Il treno sferragliando si avvia lentamente. Ci lasciamo alle spalle la grande città e ora viaggiamo spediti nella campagna lombarda. Tra poco ci sarà il primo posto di blocco a Lodi. Speriamo bene. Mi metto quindi a leggere un libro. Lo so, dovrei stare più attento. La lettura non è ben vista, potrei avere dei problemi. Ma i servi della gleba che mi circondano sono probabilmente analfabeti e non possono accorgersi che sto leggendo un libro in italiano. Appena saliranno le guardie per il controllo lo nasconderò all’interno della “Bibbia padana” che è l’opera unica del fondatore, il mitico Umberto Bossi. Il bambino più grande dei miei vicini di scompartimento mi guarda un po’ male. Forse mi ha scambiato per un funzionario regionale oppure non ha mai visto un libro. Il treno rallenta, ci siamo ormai, ecco la stazione di Lodi. Lesto infilo il libro nella Bibbia padana che è così grande da contenerlo tutto. Due guardie comunali bussano alla porta dello scompartimento. La spalancano urlando “Documenti!!”. Cerco di restare indifferente; l’emozione non deve tradirmi. Esaminano accuratamente le carte dei contadini e poi si rivolgono a me. Estraggo quindi la mia carta d’identità, il passaporto vidimato e una foto con dedica del governatore Calderoli che un amico falsario mi ha procurato. Sembrano scrupolosi e questo m’innervosisce un po’. Si soffermano a lungo mugolando sulla foto di Calderoli. Mi auguro che l’amico falsario non l’abbia fatto troppo bello. Se ne accorgerebbero subito che è falso. Poi mi riconsegnano il tutto. Tiro un sospiro di sollievo. Stanno per uscire dallo scompartimento. D’improvviso il bambino si mette a urlare “Bandito! E’ un bandito!” Maledizione, sono stato scoperto. Le guardie con modi bruschi m’invitano a scendere dal treno, che riparte. Al finestrino dello scompartimento che occupavo noto il viso sogghignante della spia padana (probabilmente un nano delle famigerate Legioni Brunetta). VIVA L’ITALIA!
** Questo testo è stato ritrovato nel corso degli scavi effettuati presso la stazione di Lodi. Era contenuto in un libro denominato “Lettere dal carcere” di un autore sconosciuto della prima metà del secolo XX. Si tratta probabilmente della testimonianza di un partigiano i cui resti sono stati ritrovati in una fossa comune nei dintorni. L’originale è conservato presso l’Istituto Storico Federale della città di Lodi, alla voce “L’inutile resistenza dei banditi unionisti nella pianura Padana”. L'esclamazione finale contenuta nel testo è di origine sconosciuta.
Ezio Margelli