L'1 febbraio del 1982 a Muscle Shoals (Alabama, USA) è stato trovato morto nel suo letto un uomo di nome Troy Wicker Jr., cui avevano sparato all'occhio destro. La moglie Judy, sul luogo del delitto con il viso sporco di sangue, un occhio pesto, un labbro tagliato e i denti rotti, ha detto che un ladro si era introdotto nella loro abitazione, l'aveva violentata e aveva ucciso Troy. Gli inquirenti non le hanno creduto, convincendosi che fosse stata lei a commettere il crimine per incassare il premio dell'assicurazione sulla vita di 90.000 $; processata per omicidio, è stata dichiarata colpevole e condannata a trascorrere il resto della vita in carcere. La donna in un secondo momento ha cambiato versione puntando il dito contro un certo Thomas Arthur (oggi 66enne), un detenuto appartenente ad uno dei cosiddetti "work release programs" (che consentono ad un prigioniero che abbia avuto una buona condotta di lasciare il carcere per continuare a svolgere il proprio impiego, facendovi ritorno una volta finito il turno), con il quale avrebbe avuto una relazione finita male. Conclusione: l'hanno rilasciata. Thomas è stato invece processato e condannato addirittura a morte.
Vero processo o farsa? Farsa, direi, vista la contraddittorietà delle testimonianze a carico dell'imputato. Inoltre, il pubblico ministero nel terzo processo (i giudizi sono stati in totale tre) era l'avvocato che aveva in precedenza rappresentato la stessa Judy Wicker.
Sostenuto da organizzazioni del calibro dell'Innocence Project, Thomas si è battuto a lungo perché venisse svolto il test del Dna sulle prove rinvenute dalla scientifica – includenti materiale raccolto con il kit da stupro (cioè sangue, peli, capelli, liquido seminale) –, che non era stato possibile eseguire al momento dell'assassinio. Diceva persino di essere disposto a pagare di tasca propria le relative (ed elevate) spese, purché si procedesse: quella era l'unica strada percorribile per dimostrare la propria innocenza. Tuttavia, il Governatore Bob Riley si è ostinato per anni (per coprire le magagne delle autorità locali?) a negargli la possibilità di far analizzare gli elementi probatori, inerti su qualche vecchio scaffale a impolverarsi.
La svolta si è avuta solo nel 2009, quando finalmente è stato dato l'ok per il test: per visualizzarne (in inglese) i risultati nella loro versione completa, vedi il link http://www.thomasarthurfightforlife.com/images/Arthur_DNA_Test_Results_07-20090001.pdf o, in alternativa, http://www.thomasarthurfightforlife.com/. In sintesi, "Thomas Arthur's DNA is not present on crime scene evidence", vale a dire che il suo DNA e quello trovato sugli oggetti analizzati non corrispondono.
Bene, direte, illudendovi che ciò abbia fatto qualche differenza. Secondo il sito che vi ho citato però no, non l'ha fatta; Thomas, almeno fino al 2009, era ancora a fare la muffa in carcere.
Mi chiedo se la verità per il sistema conti davvero qualcosa. Oppure è più importante proteggere l'operato di una burocrazia malata?
Roberta Bendinelli