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“Una nazione che uccide i propri figli č una nazione senza futuro”, Papa Giovanni Paolo II.
di: R. Bendinelli - intervento del: 08.07.2010
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Ma l'aborto č davvero paragonabile all'omicidio?

decido io

La polemica al riguardo è stata riaccesa dalla RU486, la cosiddetta pillola abortiva: a base di mifepristone, uno steroide sintetico, essa agisce sui recettori del progesterone – un ormone che sostiene la crescita dell'embrione fecondato – per bloccarne l'azione. L'aborto farmacologico implica di norma anche l'assunzione di una seconda sostanza, la prostaglandina, che induce contrazioni uterine per provocare l'espulsione dei tessuti embrionali mediante un sanguinamento vaginale.

L'uso della RU486 permette di evitare l'intervento chirurgico, cosa che di per sé può costituire un vantaggio, ma qual'è il prezzo da pagare? Va premesso che una delle principali differenze tra i due metodi inerisce al periodo in cui è possibile farne uso: quello farmacologico può attuarsi nella primissima fase della gravidanza, l'altro, il metodo “tradizionale”, di regola non viene effettuato prima della settima settimana. Ancora, il procedimento per mezzo della RU486 si svolge in circa tre giorni, le perdite di sangue durano di più rispetto a quelle causate dall'operazione chirurgica, così come anche i dolori addominali. Il secondo procedimento è invece molto più breve, di solito le perdite di sangue che seguono l'intervento durano poco e non sono abbondanti, i dolori addominali prolungati sono rari.  

Più tempo, più dolore, più sangue: ecco il rovescio della medaglia. Allora perché mai una donna dovrebbe scegliere di abortire così, ingerendo dei farmaci? La risposta è contenuta nella domanda stessa, a ben vedere. Ingoiare delle compresse è di certo meno invasivo dell'intervento, dunque meno temibile. Tutto ciò che fa ingresso nel nostro corpo in modo non naturale – e senza dubbio è il caso dei dilatatori metallici di un chirurgo – lo percepiamo come un intruso, dunque come una minaccia; è a causa dell'istinto di conservazione, io credo.

Nell'intervento operatorio il collo dell'utero viene allargato fino a un diametro da 6 a 12 mm, per poi inserirvi una canula sottile con la quale si rimuovono, aspirandoli, i tessuti embrionali dalla cavità uterina. Con l'interruzione farmacologica non si fa altro che mandar giù delle pastiglie.

È palese che si tenda a preferire il secondo sistema, perché di più semplice esecuzione. Tuttavia, come si è visto, semplice non significa necessariamente indolore.

Nonostante la RU486 sia stata inventata da Etienne-Emile Baulieu nel 1980 nei laboratori francesi Roussel-Uclaf, in Italia l'Agenzia italiana del farmaco – per l'appunto l'ente che autorizza i nuovi farmaci – l'ha approvata solo nel luglio del 2009, liberalizzando la commercializzazione nelle strutture ospedaliere del Mifegyne (mifepristone) prodotto dalla Exelgyn.

Questa la fondamentale condizione di liceità del relativo utilizzo: la RU486 può essere somministrata, nel rispetto della legge 194/78, solo in ambito ospedaliero.

L'aborto chimico ha rinfocolato le polemiche tra chi paragona l'interruzione di gravidanza ad un omicidio e chi invece ritiene sia un diritto inalienabile che la donna ha sul proprio corpo, rendendo il tema di nuovo sentito ed attuale.

Gli anti-abortisti convinti partono dal presupposto che eliminare un embrione equivalga ad eliminare un bambino, tuttavia si tratta di una posizione non suffragata dalla legge. L'ordinamento italiano considera l'embrione come un'entità vivente ma, non avendo esso una vita indipendente da quella della madre in quanto le è ancora incorporato, non gli attribuisce la qualità di soggetto del diritto. Il presupposto per l'acquisto della capacità giuridica è la nascita, la quale coincide col completo distacco fisico dalla madre, dunque col parto. Da ciò consegue che la definizione dell'aborto come assassinio, cioè come lesione del diritto alla vita, è da questo punto di vista scorretta: in senso tecnico si può parlare di lesione del diritto solo quando vi sia un titolare, e tale il soggetto diventa dal momento della nascita, non prima.

Va comunque puntualizzato che pur non essendo l'embrione giuridicamente titolare di diritti, non significa che il sistema italiano non ne accordi una protezione; l'embrione – non è un soggetto del diritto ma – è un oggetto di tutela.

Suddette affermazioni vengono bollate dai più moralisti come dei meri sofismi, prodotto delle giravolte mentali di qualche azzeccagarbugli di stampo manzoniano. Si ribatte che la vita sussiste fin dal momento del concepimento e che quindi interromperla con l'aborto equivale pur sempre ad uccidere, per la Chiesa equivale anche a rifiutare un dono di Dio. Madre Teresa di Calcutta ha detto (le sue parole sono state ripetute da Giovanni Paolo II durante un'omelia tenuta a Kalisz, in Polonia, il 4 giugno 1997): “Se una madre può uccidere il suo proprio figlio, che cosa potrà fermare te e me dall'ucciderci reciprocamente? Il solo che ha il diritto di togliere la vita è Colui che l'ha creata. Nessun altro ha quel diritto; né la madre, né il padre, né il dottore, né un'agenzia, né una conferenza, né un governo. Mi terrorizza il pensiero di tutti coloro che uccidono la propria coscienza, per poter compiere l'aborto. […] Un bambino è il dono più grande per la famiglia. Per la nazione. Non rifiutiamo mai questo dono di Dio.”

All'equazione donna che abortisce = assassina si potrebbe contro-replicare, fermandosi al sentire comune senza addentrarsi né in campo giuridico né in campo religioso, che esiste una chiara e tangibile differenza tra un embrione e un bambino appena uscito dal grembo della propria madre, che respira, urla, piange, si muove.

Ad ogni modo, ritengo che questo genere di disquisizione sia completamente inutile, è come un cane che gira in tondo cercando di mordersi la coda; non si riuscirà mai ad arrivare ad una definizione universalmente condivisa di aborto perché ci sarà sempre chi lo condanna come atto criminale e chi invece lo difende affermandone l'assoluta liceità. La vera questione su cui riflettere non è, a mio parere, se l'aborto sia o meno un omicidio, bensì cosa comporterebbe non legalizzarlo. Che avveniva prima della sua depenalizzazione, in Italia? Via, non prendiamoci in giro, le donne abortiscono con o senza legge 194/78. Sesso e leggerezza umana esistono dalla notte dei tempi, lo si può forse negare? È accaduto ieri, accade oggi e accadrà domani che una donna si lasci andare ad un rapporto non protetto e resti così incinta senza desiderarlo davvero; se ne prenda atto, per favore. Posto questo, se l'aborto fosse illegale come in passato cosa accadrebbe? Si correrebbe il rischio del risorgere delle “mammane”, che infilavano negli uteri delle donne ferri da calza o cucchiai per asportare l'embrione, nascoste in qualche sottoscala asfittico. Mi chiedo, è questo che si vuole? Oltretutto, esistendo il reato d'aborto, molte evitavano di recarsi in ospedale per curare le complicazioni cui il più delle volte tali interventi “primitivi” portavano, facendo sì che l'infezione post-operatoria degenerasse in setticemia – consistente nella presenza di batteri nel sangue, la quale può iniziare con febbre, brividi, respirazione veloce e battito cardiaco accelerato per poi progredire con rapidità fino ad un probabile decesso –, dunque se e quando finalmente venivano condotte in ospedale era perché ormai ridotte in uno stato pietoso, tanto pietoso che non restava altro che ricoverarle in rianimazione dove morivano dopo qualche giorno.

Per cui, mi spiace, ma se posso anche essere concorde con quanti affermano che l'aborto sia moralmente deprecabile, sono altresì convinta della sua necessità.

Quanto alla RU486, non vedo perché la si dovrebbe condannare solo in quanto costituisce, se non altro sotto certi aspetti, un modo meno doloroso di abortire; bisogna per forza che chi decide d'interrompere la gravidanza sia punita con la sofferenza fisica? Se si assumesse una simile logica si dovrebbero promuovere i metodi abortivi arcaici di cui parlavo prima, di sicuro dolorosi e spesso anche letali. Mi sembra giusto però che la pillola abortiva sia somministrata rigorosamente solo negli ospedali, in caso contrario si giungerebbe a conseguenze davvero inaccettabili: se il farmaco che interrompe la gravidanza fosse smerciato come la pastiglia per curare il raffreddore, è ovvio che si rischierebbe di creare una situazione d'irresponsabilità generalizzata. Le ragazzine, e non solo loro, si delizierebbero di rapporti sessuali senza precauzioni, evitando il presevativo per accontentare lui che senza “sente di più” e aborrendo la pillola anticoncezionale perché magari un'amica ha detto che dopo averla presa ha messo su peso, consolandosi col pensiero che tanto, qualora dovessero per disgrazia restare incinte, potrebbero sempre fare un salto in farmacia ed eliminare il problema alla radice.

In conclusione, sono convinta che le donne debbano rivendicare, difendendolo con le unghie e con i denti, il diritto di proteggersi dalle mammane e dai loro spaventosi ferri da calza; sono altrettanto convinta però che di questo diritto debbano fare un uso consapevole e responsabile in quanto abortire, se è discutibile che equivalga ad uccidere, significa pur sempre precludere una vita.

Roberta Bendinelli